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Pensieri settembrini
di Michele Meomartino
Quando ero bambino spesso mi ricordavano le persone più anziane e accorte che anche in estate, benché si avverta la necessità di riposarsi e di godersi un periodo di ferie, il cervello non va in vacanza! Certo, il caldo non ci aiuta ad avere la necessaria concentrazione in alcune situazioni, specie quando la riflessione diventa impegnativa. Ma durante il tempo libero, la lettura di un buon libro, il piacere di una passeggiata in riva al mare o in montagna e l’agio di una bella conversazione serena e distensiva, proprio in estate, trovano il loro contesto ideale. Tutto sta nell’affrontare le diverse situazioni con un tocco di sapiente leggerezza e la giusta dose di ironia, anche quando le domande che si pongono sono tutt’altro che superficiali e richiedono una certa attenzione.

Nel disporsi al dialogo, però, non bisognerebbe mai dimenticare che i vari linguaggi, specie il parlato e lo scritto, con cui noi prevalentemente comunichiamo, sono solo mediazioni parziali frutto della nostra cultura. E’ importante non dimenticare ciò perché tutti i linguaggi, da quelli più ricchi e seducenti a quelli più scarni ed essenziali, non sono immuni da ambiguità e da fraintendimenti che portano, a volte, ad attribuire un senso diverso a parole simili causando non pochi equivoci. E' un rischio e una fatica che non possiamo eludere. Una delle discussioni a cui spesso ho assistito in quest’ultimo scorcio è stata quella sui valori. Per molti miei interlocutori essi sono diventati un vero e proprio tormentone a seguito di alcuni recenti episodi di malcostume sociale abbastanza eclatanti.

Non avendo una visione statica della vita, sono convinto che la perdita dei valori, compresi quelli cosiddetti assoluti, non sono un male in sé. Il problema, casomai, sono i valori con cui vengono eventualmente sostituiti, cioè quelli partoriti da una certa e supposta modernità. La secolarizzazione deve riconsegnare all’umano la sua autonomia da ogni e qualsivoglia ingerenza esterna perché se passiamo dai valori che promanano da un’etica religiosa o filosofica ad altri generati da un’etica laica ed ideologica, se non mutano la loro natura costrittiva, disegnano sempre lo stesso scenario. Il vero problema che abbiamo davanti, se vogliamo muoverci dentro un ambito di libertà, è la trasformazione degli obblighi in imperativi etici di kantiana memoria. Una società veramente matura sarà tale solo quando il libero convincimento di tutti i cittadini sui fatti che riguardano la polis precederà la loro libera adesione. Nel frattempo, durante questi processi storici di emancipazione della coscienza umana, l’etica da una parte e le leggi dall’altra, ci ricordano gli ambiti in cui la nostra libertà si dovrebbe muovere nell’universo relazionale.

Ma ritornando ai valori, specie oggi nell’epoca della comunicazione di massa, fortemente condizionata dagli interessi di chi la governa, sono proprio le modalità della comunicazione stessa, in primis la pubblicità, tra i maggiori responsabili della loro mutazione. Sembra che questi nuovi valori siano puramente strumentali. Non è peregrino porsi, quindi, di chi sono al servizio o a chi sono funzionali ? Facciamo l’esempio degli stili di vita. Se gli inserzionisti hanno interesse a veder accresciuti i loro profitti puntando su un maggior consumo molto difficilmente il valore della sobrietà, attraverso l’uso parsimonioso delle risorse, del risparmio, del riuso, del riciclaggio, ecc… verrà proposto come modello. Al contrario verranno proposti valori e modelli di riferimento che esaltano il consumismo. La televisione, oggi, si è sostituita alle antiche agorà moltiplicando il suo potere persuasivo sulle masse proponendo i suoi modelli culturali fin troppo noti e diseducativi. Il problema si amplia quando questa logica mercantile prevale anche nei rapporti umani, nel senso che deborda dai suoi propri ambiti contagiando tutto il resto per mercificare ogni cosa, compreso quella dimensione immateriale che è il tempo.

Dove sta l'errore, allora? Non certo nello spirito mercantile su cui si basano i rapporti di scambio ( merci, servizi, ecc..), ma nell'assumerlo come parametro di riferimento assoluto, una sorta di paradigma utile per comprendere e valutare la nostra convivenza. Nel fare del mercato un valore immutabile e incontestabile, con i suoi dogmi, le sue cattedrali, i suoi riti, i suoi sacerdoti, la società diventa di fatto idolatra. Solo che questo dio, non vivifica le persone, ma ne succhia il sangue! E' un dio ingiusto ed egoista, "premia" solo coloro che gli assomigliano, solo coloro che speculano sull’utile, gli scienziati del calcolo, furbi e cinici, e penalizza i miti, gli onesti e i generosi. Per esempio, la cura delle relazioni, a partire dagli ultimi, non può soggiacere a questo spirito perché recuperare un diversamente abile o accudire un anziano hanno un valore in sé legato alla persona e non al loro efficientismo. L’amore, in questo senso, è antieconomico, e d’altronde non potrebbe essere diversamente vista la sua natura gratuita. Certo, un anziano in buona salute psicofisica è anche una risorsa "economica" per una famiglia quando i genitori lavorano entrambi e i figli non di rado trovano nei nonni i loro badanti.

Così come la fugacità non è un fatto negativo in sé, ma potrebbe diventarlo se le attribuiamo una valorialità che non le appartiene. Odorare un rosa è estremamente fugace, direi effimero, e comunque ha la sua importanza nella nostra vita. Il senso si smarrisce quando non sappiamo più dare un nome alle cose, si sovrappongono spesso i piani, si confondono gli strumenti con gli obiettivi e soprattutto quando ci sentiamo isolati ed emarginati. La nostra vita non appartiene solo a noi ! Questo rivolo, che è la nostra vita, si riversa e va ad unirsi agli altri rivoli per confluire in un unico mare. Tutti gli uomini sono legati ad un medesimo destino, anche se gli egoismi impediscono il formarsi di uno spirito solidale facendoci arroccare tra i fortilizi delle nostre pseudo sicurezze. Ci vuole tempo e pazienza per scoprire questa interdipendenza che smonta e ricostruisce di continuo le identità di ognuno mai uguali a se stesse.

Nell'apertura all'altrimenti e nella scoperta delle alterità, compreso se stessi, la vita fuoriesce dal suo letargo, chiusa nell'apatia e stretta nella morsa della paura, e si schiude alla trasparenza rendendola disponibile alla ricchezza del molteplice in tutta la sua imprescrutabilità. E' il molteplice che ci fa scoprire i colori della vita e la rende interessante, ricca e varia, oltre che bella e seducente, dando un senso alle cose che prima giacevano inanimate. Ma se non ci sapremo elevare al di sopra degli alberi, noi penseremo che tutta la vegetazione sia formata solo da quel bosco, da quel fitto reticolo di tronchi e rami che delimitano il nostro orizzonte cognitivo. La vita ci chiama costantemente ad andare oltre se stessi, a prenderci cura anche degli altri, perché la corona della libertà si chiama etica della corresponsabilità. Abbiamo il tempo di una vita per sperimentare il dono della libertà, la sola dimensione che ci permetterà di imparare ad amare con tutto noi stessi.


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